BIO-BIBLIOGRAFIA


LE OPERE

Essenza della poesia







Friedrich Hölderlin


Friedrich Hölderlin

     Friedrich Hölderlin (Lauffen am Neckar 1770 – Tubinga 1843) è stato, a detta di Ladislao Mittner, «il più grande lirico tedesco dopo Goethe». Proveniente da un ceto privilegiato, studia nel seminario di Maulbronn, presso Stoccarda, poi all’università di Tubinga, dove si lega d’amicizia con Hegel e Schelling e frequenta le lezioni di Fichte e Schiller. Il più austero luteranesimo fa da sfondo alla sua famiglia, almeno nei primi anni di vita, appartenente a una classe sociale di notabili che rappresenta lo zoccolo duro della chiesa luterana. Nel 1793 viene abilitato all’esercizio di pastore ma si rifiuta di assumere l’incarico e si rivolge alla scrittura. Nel 1796 entra come precettore nella casa del ricco banchiere Gontard di Francoforte, di cui ama la moglie Suzette (cantata col nome di Diotima). Nell’estate del 1804, col sostegno del fedele amico Sinclair, va a Homburg vor der Höhe per assumervi la carica di bibliotecario; ma, dopo un inizio che dava adito a speranze di miglioramento, il male prende sempre più il carattere della cronicità insanabile, anche a causa della notizia della morte di Suzette. Serenità e lucidità torneranno a sprazzi nella sua vita, finché, infermo di mente, sarà ricoverato all’ospedale di Tubinga dove trascorre gli ultimi anni della sua vita, chiuso in una torre protesa sul fiume Neckar. Nella solitaria deriva della follia compone strani e allucinati versi che va firmando col nome di Scardanelli. Muore il 7 giugno 1843, dopo oltre cinque lustri di affettuose cure del falegname Ernst Zimmer e della famiglia.
     L’opera di Hölderlin affonda le radici in un’interiorità dove si avvertono le influenze della Rivoluzione francese, del mito etico-estetico della Grecia antica, del divino perenne mediato dal Settecento, di un panteismo di derivazione spinoziana e dell’intuizione idealistica del divenire dialettico. Un’altissima ispirazione profetico-simbolica lo spinge a cercare identificazioni fra la natura e lo spirito, in visioni esaltate e sottese da un senso antico del fato. La sua produzione poetica e filosofica culmina negli anni in cui il campo letterario tedesco è dominato dal classicismo weimariano e dal primo romanticismo tedesco. Ardente lettore (e traduttore) degli antichi, partecipe dei dibattiti del suo tempo e utopico disegnatore di una poesia a venire, troverà piena risonanza a partire dalla fine del secolo. La sua fortuna giunge nel 1930 e si deve a Heidegger, anche se non smetterà d’innervare il Novecento europeo in declinazioni eterogenee, da Rilke a Celan al nostro Andrea Zanzotto. L’incontro di Heidegger con Hölderlin durerà tutta una vita. Con lui si pone la questione dell’«essenza della poesia» e di come il pensiero si apra su quell’«essenza».
     Fra i testi che occupano lo spazio numinoso da lui abitato vanno ricordati Iperione, storico romanzo epistolare, gli Inni, all’amore, alla bellezza e all’umanità, fra cui Patmos assume il rilievo di un testamento spirituale, i vari Frammenti, le Odi epigrammatiche, le Elegie, dove appare la figura del Cristo nella sua misteriosa grandezza, gli scritti a tema estetico, come quelli sulla poesia e sul teatro, torsi di una più ampia e robusta intuizione filosofica capace di cogliere l’unità dell’essere e la totalità della vita, e l’epistolario, con le lettere e le dediche, straordinario e imponente documento di vita e della Stimmung di un’epoca.




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