Emiliano D'Alessandro

La collina dei fuochi fatui

Edizioni Solfanelli, Aprile 2008

 


Incipit


I


     «Feüer! Fuoco!»
     Fu quella l’ultima parola che potei udire prima d’esser fucilato.
     Sentii delle scariche di mitra, piccole e rapide raffiche, quasi fossero distanti da me anni luce.
     Eppure soltanto pochi metri dividevano il mio esile e indebolito corpo da quegli arnesi bellici.
     Riuscii, come un qualunque incurante spettatore, a rincorrere con lo sguardo le pallottole che mi avrebbero tolto la vita e quelle che avrebbero spezzato l’esistenza dei miei compagni: sembravano lanciate da una fionda caricata a piume.
     Infatti, benché tutto apparisse alterato dalle forti emozioni, distinguevo nitidamente l’ogiva che, indolente ma sicura, percorreva spietata la traiettoria predisposta dal disciplinato sicario.
     Le narici erano piene, sature d’un odore acre, forte, e tutta l’aria circostante era ormai impregnata di quel tanfo disgustoso. Non v’era angolo, nel raggio di centinaia di metri, dove non si potesse avvertire quel puzzo piccante di polvere da sparo.
     Ti penetrava nella pelle, quasi la si poteva toccare.
     Respirandola, era pressoché inevitabile non sentirla venir su per le narici come lama di rasoio ben affilata, che si spingeva fin dentro il cervello devastandolo e annientando gli ultimi ricordi di quella che si rivelava la nostra ultima battaglia.
     Che spettacolo!
     Mi pareva d’assistere a una commedia macabra, dove i miei compagni non erano altro che oscure comparse, i loro assassini consumati capocomici e io uno spettatore attonito e smarrito. Certamente non sarei potuto essere lì con loro se si fosse trattato di una reale esecuzione, poiché è umanamente inconcepibile ammazzare degli uomini, dei soldati, in modo così balordo. Nessun essere umano vorrebbe avere in serbo una così spietata ferocia dentro l’animo.
     Nel momento in cui consideravo con sempre più fievole convinzione la mia presenza da spettatore in una farsa ben recitata, i miei occhi tornarono di nuovo a fissare la realtà che stavo vivendo e quel proiettile che, lentissimo ma inesorabile, convogliava tutta la sua energia devastatrice verso il mio cuore.
     Mi avevano detto che era questione di un attimo, un istante e tutto sarebbe finito: nemmeno il tempo per rendersi conto di cosa stava realmente accadendo.
     Mi chiedo oggi come sia stato possibile, in quell’attimo, ripercorrere tutta quanta la mia vita, minuto per minuto, istante per istante.
     Avvertii il tenero suono della voce di mia madre e le sue mani consumate dal lavoro passarmi una carezza sul viso. Mi sembrava davvero di vederla accanto a me che mi stringeva forte le spalle per tentare, come ogni madre farebbe per il proprio figlio, di lenire la mia angoscia. Insieme guardavamo la morte arrivare e in quell’istante capii che non l’avrei mai più rivista.
     Povera donna, quanto ha già sofferto! Adesso anche questa ulteriore prova.
     La voce baritonale di mio padre, invece, la percepivo tra gli spari copiosi. Mi rimproverava per i calzoni perennemente logori alle ginocchia e per la mia sciatteria nel vestire ma, come sua abitudine, il tono severo era goffamente ingannato dalla sua espressione palesemente affettuosa.
     Quegli occhi grandi e scuri quasi sempre esprimevano il contrario di ciò che la bocca affermava.
     Ma fu proprio l’oggettività beffarda di quell’istante a richiamare alla memoria che un congegno di morte stava per troncare di netto i miei pensieri. Indirizzai lo sguardo unicamente alla pallottola che avanzava spedita, considerando persino quanto potesse essere idiota un proiettile e quanto fosse invece attraente la terra in cui mi trovavo.
     Anche questo pensiero leniva quella rapida e lenta agonia.
     Riuscii per l’ultima volta a godere di quel meraviglioso luogo che avrebbe ospitato il mio cadavere. Ebbi la forza di voltarmi e di cercare con gli occhi le molte colline rigogliose di verde che mi cingevano.
     Sentii alla mia destra il mare gridare. Incantevole e seducente, azzurro come gli occhi di mia sorella e vasto come l’amore che avevo per la vita; l’incresparsi accelerato delle onde mostrava adesso tutta la sua rabbia per l’eccidio che si stava consumando di fronte a lui.
     D’improvviso vidi mia sorella ai miei piedi, come un sacerdote in atto di devozione sull’inginocchiatoio. Aveva gli occhi gonfi di lacrime ma non desiderava farsi scorgere da me mentre piangeva; non lo faceva mai, soltanto nostra madre poteva guardarla e raccoglierne le più intime confidenze. La vidi con le pupille spalancate e arrossate porgermi quei deliziosi biscotti che preparava lei stessa e che sapeva bene quanto potessero piacermi.
     Aspettavo la domenica con ansia anche per questa ragione: per ingurgitare famelicamente i suoi dolci. Mi riempivo la bocca di quelle squisitezze e gioivo nell’annaspare mentre parlavo, poiché avevo l’impressione che la mia famiglia navigasse nell’abbondanza.
     Fu la nonna a svelarle l’antico segreto di quella gustosa ricetta. La dolce nonna che rimboccava puntualmente le coperte del letto prima che il piccolo nipote si addormentasse. Al solo pensiero che non avrei mai più potuto godere di quell’affetto mi si spezzava il cuore. Ogni suo gesto era carico di un’amorevolezza smisurata e meticolosa. Scrupolosa su ogni dettaglio, faceva attenzione al cuscino controllando che fosse ben posizionato sotto la mia nuca. Mi accarezzava i capelli e al tempo stesso li ordinava per non farli troppo scombinare. Percepivo le mani calde posarsi sulle coperte quasi volessero modellare quei panni al mio esile corpo, trasformandolo in una sagoma omogenea e compatta, un tutt’uno con il letto.
     Mi accorsi in quell’istante come mi potessero mancare anche quelle coltri a doppi strati, calde e robuste come le guance di mio nonno, il quale morì tre mesi prima della mia partenza al fronte e che già mi preparavo irrealmente a riabbracciare.
     Ma è giusto morire a ventisei anni?
     Era questa la domanda che ostinavo a replicare assiduamente a me stesso.
     Nessuna risposta che io potessi concedermi risultava però plausibile. Nessuna esauriente.
     Come del resto nessuna sentenza sarebbe stata capace di render giustizia a un quesito così duro e brutale. Niente e nessuno era in grado di giustificare una morte così illogica e irrazionale.
     Nemmeno Iddio poteva.
     Solamente in quell’istante, con quella domanda tra i denti serrati e con i miei familiari ancora dinanzi agli occhi, avvertii un bisogno insopprimibile di piangere. Avrei voluto farlo come quando da bambino vidi morire il mio cane. Versai lacrime per giorni e nessuno, mi pareva, avrebbe mai più potuto consolarmi.
     Malgrado quest’esigenza, la velocità della pallottola che puntava dritta al cuore riuscì a impedirmi perfino un pianto liberatorio.
     Ci siamo!
     Mentre il tempo e lo spazio apparivano a me dilatati, il proiettile stava ormai per concludere la sua corsa letale.