Maria Barresi

Non dire niente

Solfanelli, Chieti, Giugno 2007

 



Incipit

     1.

     La corriera che non corre


     Dovevo andare a casa sua perché da me non riusciva a parlare.
     Clara era una persona educata ma anche un po’ stravagante.
     Ancora non la conoscevo quasi per niente.
     «Se mi raggiungi tu è meglio, mi disse un giorno, perché se passo io da te è inutile, non concludiamo niente!»
     Ok. Accetto la sfida e vado.
     Tempo di calcolare il percorso e parto da solo.
     «Dottore, l’accompagno?»
     «No, grazie.»
     Non ero certo un idiota che mi presentavo a casa sua con l’autista e la Mercedes blu. Quella mattina prendo il casco e vado in moto. Esco dal lavoro e vado da lei, cercando di azzeccare quale fosse l’isolato del vecchio centro storico di cui mi parlava al telefono. Erano tutti uguali e tutti vecchi e oltre a essere indispettito per il fatto che non indovinassi il caseggiato, ero doppiamente infuriato con me stesso per aver deciso di fare quel che mi diceva lei senza che neppure la conoscessi e solo perché era stata così insistente nel pregarmi di andare a casa sua. Per non sentirla piagnucolare ma soprattutto perché odiavo qualsiasi forma di dubbio, mi ero prestato all’iniziativa.
     Tutto cominciò al buio, seduti sui gradini dello scalone che portava nella sua abitazione, conversando gomito a gomito, preoccupati e frettolosi come dei ladri ingabbiati tra l’ascensore e la tromba delle scale. All’anagrafe si chiamava Clara Maria Assunta Pia Santa Francesca, ma per tutti era semplicemente Clara.
     Il messo comunale, quando la registrò nel libro dei primi nati dell’anno, fece una smorfia orribile, ma poi proseguì guardando il viso risoluto di suo padre. Da quel momento presero vita per lei non pochi problemi ogni qual volta dovesse testimoniare la sua esistenza in questo mondo.
     La conobbi in fretta e per dei problemi che ci tennero stretti per anni e che ancora ci legano. Era inconfondibile con i mille veli dei suoi foulard, lunghissimi e svolazzanti come i suoi capelli, anche se all’inizio mi sconvolse, non tanto la prima quanto la seconda volta che la incontrai.
     Si chiamava come le sue nonne, Maria quella paterna e Clara, con tutta la sfilza dei nomi seguenti, quella materna che, siccome inglobava anche il nome dell’altra nonna, parve più consono a tutta la famiglia e alla parentela in generale affibbiarle per nome un fiume di parole, per non scontentare nessuno.
     Dal canto suo la nonna, quella più nominata, aveva sempre detto a Clara, mentre cresceva, che tutti quei nomi erano in realtà sei angeli che l’avrebbero protetta per sempre guardandola dal cielo come sei fedeli cavalieri che agivano da prodi rappresentanti dei loro santi principi e del loro re.
     Mentre da parte sua Clara, per trarne qualche vantaggio terreno oltre che celeste, aveva deciso di festeggiare tutti i suoi onomastici e durante l’anno puntualmente celebrava, convocando tutti i suoi amici, il nome di Clara, di Maria, di tutte le altre Sante e naturalmente quello di tutti i Santi, il primo novembre.
     Tutto iniziò a causa di una persona che Clara chiamava il fantasma e con cui diceva di parlare ogni giorno. All’inizio credevo di avere a che fare con una pazza ma interrogandola mi convinsi che Clara era solo una donna controcorrente, una specie di genio pazzoide.
     «Ti prego, incontriamoci a casa mia. Ho impiegato tanto per persuadere il fantasma a desistere e tu vuoi rovinare tutto.»
     Mi pregava come al solito e come se fossi un Santo. Le dicevo di non pregarmi affatto perché non ero così religioso come forse lo era lei. Detestavo quando mi telefonava per pregarmi. A volte ero tentato di non risponderle neanche più, ma lei era una furba. Mi aspettava di fronte al cancello del mio ufficio e mi consegnava lettere e telegrammi.
     Mi diceva: «Leggili!»
     Ma non se ne parlava minimamente che io tornassi sulle scale di casa sua.
     Anni di carriera buttati al vento e non mi andava di fare il trafelato sugli scalini come un adolescente al primo bacio.
     Poi capii che Clara era una tosta, che faceva sul serio. Quindi la misi alla prova e la sfidai, convinto di vincere, ma lei era molto più forte di me.
     La incontrai per la prima volta in un pullman con il quale non avevo mai viaggiato nella mia vita prima di fare la sua conoscenza. Detestai a lungo quel pezzo di ferro a quattro ruote, che chiamavano corriera e che non correva affatto, anzi andava lentissimo. Non potevo permettermi due ore estenuanti fatte di soste strascicate e un autista flemmatico già stanco all’alba, ma dovetti sopportare tutto a denti stretti.
     Neppure Clara era in generale un’amica delle alzatacce, ma alle solite quattro e quarantacinque di quella mattina di lunedì in particolare non aveva proprio nessuna voglia di svegliarsi e prese il pullman ad occhi chiusi. Il pullman partiva alle sei, puntuale come al solito, dal piazzale della stazione. Era lì con suo padre e la notai subito — più che per la sua sagoma da sonnambula — per il legame affettuoso che la legava a quell’uomo. Glielo dissi quando la conobbi e lei mi parlò molto di suo padre, una persona sincera come lo definiva, ricco di sguardi e di comprensione. Era già tardi quella mattina all’alba e come sempre, ogni volta che Clara stentava ad alzarsi, l’uomo la raggiungeva al piano superiore della casa e, per punzecchiare la sua tranquillità, iniziava a chiamarla con tutti i suoi nomi, cominciando dal primo dell’elenco.
     I nomi venivano cadenzati allo scoccar del minuto, fin quando, sul finire del settimo, Clara balzava dal letto intontita per iniziare la sua giornata in soggiorno, dopo esser passata dalla sala da bagno e dal guardaroba.
     Ma quella mattina Clara a colazione non si vide.
     Il padre aveva già esaurito la lista dei nomi su cui ironizzava spesso perché sia a lui così come a sua figlia non era mai andata molto a genio l’idea di tutti quei nomi. L’uomo aveva più che altro assecondato la volontà bizzarra di sua moglie, facendogliela passare come una innocente follia.
     Quella mattina invece funzionò come un vezzo, da sfoderare senza timore, e chiamò: «Claraaa... Mariaaa... Assuntaaa... Piaaa... Santaaa... Santinaaa... Francescaaa...»
     Per perdere qualche minuto in più, aggiunse all’interno della litania, come mai era successo prima, anche la variante di Santina, ma la figlia non solo non rispose, ma neppure si vide.
     Il padre si preoccupò, salì al piano superiore e vide che le porte delle stanze erano aperte ma lei non c’era e non gironzolava come al solito da una parte all’altra della casa, senza meta. Spesso era solito paragonarla a una morta resuscitata, pur cosciente che sua figlia non lo era affatto. Quindi si affacciò in camera sua e accese la luce. Clara era seduta sul letto ancora in camicia da notte. Pensava, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia e le mani sulle orecchie. Il corpo era piegato in due e ancora in dormiveglia.
     Il padre la scosse dal suo torpore e ad alta voce le disse: «Clara sono già le cinque e trenta e sei ancora in quelle condizioni. Questa mattina vuoi forse rimanere a casa?»
     Clara saltò dal letto. Si tolse la sua camicia da notte, si lavò alla svelta, s’infilò i primi vestiti che trovò sulla sedia di fronte al letto e si legò i suoi lunghi capelli a coda di cavallo. Era la prima volta che usciva così trafelata. Non chiuse neppure la sua enorme borsa e s’incamminò, stando dietro ai passi di suo padre, che mise in moto la macchina e sfrecciò lungo la strada. Nel solito piazzale il pullman era già fermo e Clara salì. Il motore ruggiva ansimando, posò la borsa per terra e si voltò per salutare il padre rimasto sul marciapiede, ma in quel preciso istante la portiera si chiuse e il pullman partì. La mano le restò sospesa nell’aria; i piedi, piantati sui gradini e pensò che aveva fatto appena in tempo a prenderlo: quell’automezzo per lei svizzero. Suo padre la vide salire e poi se ne andò. Clara era già scomparsa dietro la porta elettronicamente comandata, di metallo blu.
     Da quella porta non si mosse fin quando il mezzo non lasciò definitivamente il piazzale. Il rapporto tra lei e suo padre lo percepii dal suo viso deluso quando l’autista le chiuse la porta in faccia, sbarrandole la vista. Clara era triste. Sul pullman era seduta accanto a me e aveva dormito per tutta la durata del viaggio. In qualche piccola frazione di ora in cui aveva gli occhi aperti, feci giusto in tempo a chiederle in quale punto arrivasse esattamente l’automezzo e quale fosse la fermata più vicina al tribunale. Mi rispose che era di fronte, proprio di fronte al capo linea del nostro pullman e si riaddormentò immediatamente. Le due ore di viaggio, lei li trascorse così: abbandonata sul sedile leggermente abbassato, con le braccia attorcigliate intorno alle sue ginocchia e la testa inclinata sullo spuntino della spalliera.