Poiché ricordo che il presidente del consiglio era Mariano Rumor doveva essere la seconda metà del 1974: allora ero ancora praticante del “Roma”, il quotidiano di Napoli, lavoravo nella redazione di Piazza San Silvestro, e misi giù un commento sulla “contestazione”: senza che lo potessi immaginare mi venne messo da Piero Buscaroli, il direttore che mi aveva inopinatamente assunto, come editoriale, suscitando le ire dei più anziani colleghi (non solo era un “ragazzino” a firmare l’articolo di fondo, ma per di più uno che nemmeno aveva ancora fatto l’esame da giornalista!).
Sostenevo la tesi oggi ovvia che quanto stava avvenendo e che si stava trasformando in vero e proprio terrorismo, era iniziato come rivolta generazionale, ma aggiungevo che fosse la rivolta della generazione nata durante o subito dopo l’ultimo conflitto, allevata nei valori usciti vincitori dalla seconda guerra mondiale, quelli “democratici” su quelli “dittatoriali”, e ciò significava una loro chiara sconfitta: i giovani non credevano più nella società, che oggi definiremmo liberaldemocratica e/o progressista, che si era imposta nel mondo occidentale dopo il 1945. E che, in Italia, i governi prima democristiani e poi di centrosinistra non erano riusciti a dar loro valori significativi cui credere e per cui combattere. Punto. Insomma, la disfatta di un certo tipo di democrazia occidentale in cui i “figli” si rivoltavano contro i valori dei “padri”, dando così ragione a chi in tali valori in fondo non vi aveva molto creduto come unica chance dell’Occidente.
Non ho cambiato idea da allora e penso che Julius Evola, morto proprio in quell’anno, avesse avuto veramente ragione sostenendo che la “contestazione” (la quale generò — non dimentichiamolo mai — la piccola guerra civile degli “anni di piombo”) era nella sostanza una violenza bruta, senza scopo, senza una vera ratio, vespe che si agitavano confuse sbattendo contro le pareti di un barattolo di vetro; e che se idee aveva, queste idee nascevano esattamente dall’interno della società, del “sistema”, che avrebbero voluto abbattere: e che — si può aggiungere adesso — non sono riuscite ad abbattere nonostante, in Italia, le centinaia di morti e le migliaia di feriti che il terrorismo, soprattutto di matrice comunista, causò.
La vera “rivolta dei giovani contro i vecchi”, e il loro sistema di potere, di “casta” si direbbe oggi, universitario e politico durò appena sei mesi dalla fine del 1967 al marzo 1968, come ben documenta Marco Iacona in questo sua puntigliosa rievocazione di quel periodo iniziale di una “contestazione” che si protrasse in Italia, unica nazione europea, dieci anni, prima della “saldatura” (o presunta tale) studenti-operai e della iniziale egemonizzazione da parte del PCI, prima che il tutto cadesse in mano alle frange del comunismo più estremo e radicale, ostile allo stesso partito di origine o riferimento.
In quei sei mesi, in cui non vi furono in genere troppe discriminazioni politiche e giovani di destra occupavano accanto a giovani di sinistra, oppure si spartivano le facoltà da occupare, ed effettivamente Evola si leggeva accanto a Marcuse pubblicamente, si esaurì una illusione, quella appunto che si potessero unire le forze non centriste per “contestare” da un lato il regime partitocratico e di centrosinistra imperante dal 1963 (non dimentichiamolo mai: “L’Avanti!” titolò: “Da oggi tutti più liberi”...), dall’altro uno stile ed un modo di pensare “borghesi”. Poi vi fu la decisione ufficiale del MSI di opporsi alle occupazioni e poi vi fu a Roma la cosiddetta “battaglia di Valle Giulia”.
Devo dire che non mi sono mai esaltato per quell’evento: non mi sono mai sentito dalla parte dei “contestatori” ma da quella delle forze dell’ordine. Sarà una mia tara congenita quella di non essere un “rivoluzionario” ed un esagitato, ma guardando una nota fotografia — quella che ritrae il carabiniere visto di fronte che impugna la bandoliera per difendersi da alcuni giovani aggressori visti di spalle — beh, io stavo con quel carabiniere, anche se era un “servo dello Stato” e se rappresentava un Potere in cui in fondo non mi riconoscevo affatto...
L’illusione era quella che la Destra potesse avere un ruolo vero, concreto, fattivo, determinante nella rivolta giovanile che stava nascendo e imponendosi. Impossibile. L’ho sempre detto e lo confermo: la Destra non aveva le forze ed i numeri per imporsi, per fare la — come ho scritto spesso — “mosca cocchiera” di quella complessissima situazione che si era messa in movimento, e che oggi — in base al ricordo — si tende a semplificare. Poteva anche avere le idee giuste (chissà, però), ma non avrebbe avuto la possibilità d’imporle né direttamente né indirettamente perché la Sinistra era più articolata, agguerrita, organizzata, numerosa e convincente, aveva troppi mezzi e finanziamenti, spalleggiatori e difensori fra politici, intellettuali, giornalisti, fra cultura e stampa.
Il fatto è che quella illusione è diventata un mito, no, anzi, più esattamente una leggenda, la leggenda metropolitana della “occasione perduta”, che è andata montando negli anni durante rievocazioni scritte e parlate ed oggi viene presentata quasi come una certezza di cui rammaricarsi e addirittura fare pubblici (e un po’ ridicoli) mea culpa. L’occasione non ci fu che — forse — durante quei sei mesi, e quindi non si perse nulla, non si può recriminare su nulla perché la sua conclusione, la politicizzazione a sinistra ed oltre, era praticamente inevitabile considerando la situazione sociologica e culturale della gioventù di allora ed il peso diversissimo dei partiti nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta.
Inoltre, c’è un fatto concreto che evidenzia come le cose non potessero andare diversamente di come sono purtroppo andate. Basti far caso alla sorte ed alla involuzione di tutti coloro i quali, partiti da “destra” continuarono ad agitarsi perché pensavano di essere dei veri “rivoluzionari” e non dei “borghesi” come quelli del MSI, vale a dire i cino-fascisti, i nazi-maoisti. Che fine hanno fatto? Una pessima fine ideologica. Ieri, ma ancora oggi i loro superstiti, si considerano sempre rivoluzionari e per di più di sinistra, ormai. Per non parlare di quelli che sboccarono nel terrorismo, nella lotta armata, negli omicidi, nei processi, nella galera e nella morte violenta. Per ottenere che cosa? Per raggiungere quali scopi?
La “contestazione” italiana non ha quasi raggiunto scopi politici (il “sistema” ha traballato, ma poi è rimasto in piedi ed anzi si è rafforzato), ma di certo altri più diffusi e che potremmo definire metapolitici sì, scardinando molte altre cose: il costume, le abitudini, il modo di vivere, di essere e di pensare, la morale, la famiglia, i rapporti interpersonali, addirittura le buone maniere, per non parlare del concetto di autorità. Ha inciso soprattutto sulla scuola e l’università e sul modo di fare istruzione: e questo combinandosi con l’abbandono del concetto di autorità ha condotto all’abisso di incultura e di inciviltà che pone l’Italia negli ultimi gradini della classifica europea. Tutto questo per i “rivoluzionari” di allora, fossero di sinistra o di destra, è probabilmente un gran bene come attualmente si affannano a dimostrare, peraltro respingendo l’accusa di essere l’origine della attuale situazione.
Dissentire non è difficile: l’effetto negativo più evidente sta in quello che oggi noi tutti abbiamo sotto gli occhi, dopo quaranta anni — giusto il tempo convenzionale di due generazioni, e gli ex-sessantottini e quelli che si sono svezzati negli anni Settanta in quel clima civile, ideale e morale, hanno 45, 50 e 60 anni ed i loro figli hanno 15, 20 o 30 anni — nella famiglia, nella scuola e nel vivere quotidiano. Un disastro di educazione e di cultura. Un fallimento totale. E non c’è proprio necessità di portare prove specifiche, perché le conosciamo tutti benissimo.
Considerazioni di un vecchio nostalgico e semirimbambito, uno dei vari laudatores temporis acti che ci sono sempre stati? Mah, non credo, non solo perché son cose che scrivevo più o meno già a quei tempi, ma anche perché sono i fatti che parlano. Il recupero del Sessantotto che l’attuale ex-destra cerca di fare mi sembra un’operazione strumentale al contingente odierno. La motivazione può essere anche intelligente e meritoria, ma sono gli strumenti che sono profondamente errati. Cioè, si tenta di non perdere di vista la gioventù di oggi, di capirla, di catturarla, di non lasciarla attrarre dalla sinistra come allora, inventandosi però a giustificazione e piedistallo motivazionale un errore di ieri, appunto la leggenda metropolitana della “occasione perduta”, o addirittura un clamoroso sbaglio di valutazione sul Sessantotto in sé che non era stato compreso nella sua essenza.
Non si considera invece che i tempi sono molto cambiati, mutati profondamente in tanti anni: oggi i ragazzi, proprio grazie alla scuola venuta fuori dalla demagogia sessantottarda (c’è qualcuno che può confutarlo?), sono quasi una tabula rasa di idee, cultura e ricordi, sono del tutto deresponsabilizzati, mentre ieri non era affatto così. Non ci si può inventare di punto in bianco che a noi tutti all’epoca piacesse Joan Baez e le sue canzoni: a me facevano schifo. Fra poco, come nota sarcasticamente Marco Iacona a conclusione del suo libro, non resterà che l’ultimo passo: avevamo torto, noi della destra di allora, a parteggiare per gli Stati Uniti nella guerra del Vietnam: dovevano stare con i vietcong. Proprio dopo che, ancora anni fa, Jane Fonda si è pentita di essere andata a farsi fotografare in una postazione antiaerea vietnamita che sparava contro i bombardieri del suo paese, ed aver contribuito così alla sua disfatta psicologica e morale.
L’importanza di questa ricostruzione di Marco Iacona, rispetto ai tanti e troppi libri che stanno uscendo per lo “storico anniversario”, è quella di far parlare i fatti: eventi, parole, date, cifre, luoghi, personaggi sono ripresi tutti dai giornali dell’epoca, e quindi non sono passabili di smentita. Marco Iacona ha avuto la pazienza di andare nelle biblioteche, nelle emeroteche e negli archivi pubblici, compulsare quotidiani e settimanali e faldoni di documenti di quel periodo e di ricavarne dati inoppugnabili. Ne emerge un panorama che chiarisce molte cose.
Lo svolgersi progressivo degli eventi, le cause che li mossero e che in genere spesso si dimenticano (come la legge sull’università), il precipitare delle cose, l’improvvisazione dei governi del tutto impreparati di fronte ai disordini e alle occupazioni, ma anche l’impreparazione dei partiti tutti (non solo il MSI ma anche il PCI) che si videro sfuggire di mano le proteste.
Ed è questa la prova che fu una ribellione generazionale, prima che il più reattivo ed organizzato dei partiti, quello comunista, ci mettesse il cappello sopra, ma giusto il tempo necessario alle sue frange più estremiste di ribellarsi a loro volta e di gestire in proprio gli eventi, sotto forma di tutte le molteplici sigle radicali che conosciamo: da Potere Operaio a Servire il Popolo, da Avanguardia Operaia a Lotta Continua soprattutto (da tempo definita Lobby Continua, per aver piazzato parecchi dei suoi esponenti in posti di prestigio dei mass media).
Che la ex-destra di oggi sia nostalgica di un evento che non avrebbe mai e poi mai potuto accadere (quello di “gestire” la ribellione generazionale poi divenuta politicizzata), che sfoggi un giovanilismo esasperato ma strumentale, che rinneghi posizioni e punti di vista quarant’anni fa comprensibili e quasi inevitabili nel contesto nazionale e internazionale (cioè, che non riesca a storicizzare per bene la vicenda nel suo complesso), fa un po’ pena. Come fa un po’ pena quel Capanna, il teorico degli “anni formidabili” che hanno raso al suolo le strutture morali di una società anche se non era il migliore dei mondi possibili, il quale oggi ci viene a raccontare che il disastro della scuola pubblica non è colpa delle idee sessantottarde dove il “sei politico” al liceo e il “diciotto politico” all’università e le promozioni di gruppo (uno che parlava a nome di un gruppo di esaminandi e promosso lui erano promossi tutti) furono casi eccezionali e sporadici e non era questo che loro, i capi della “contestazione” che prendevano tutti trenta e lode, volevano...
Certo “Evola aveva ragione” come è stato detto, ma forse in un senso diverso da quel che si pensa... E quindi sarebbe proprio il caso di andarsi a rileggere quel che effettivamente scrisse, quel che vedeva non ci fosse dietro i ragazzi in rivolta, come condannava le idee ibride e abborracciate anche di quelli che si definivano “di destra”, cosa consigliava loro, cosa proponeva, come ho dimostrato (raccogliendo anche testimonianze dirette) oltre dieci anni fa in Elogio e difesa di Julius Evola, cosa soprattutto egli scrisse nel suo saggio poco letto La gioventù, i beats e gli anarchici di destra uscito proprio nel 1968, come in sostanza fosse coerente con la propria “visione del mondo” e non avesse rinnegato proprio nulla delle sue posizioni di fronte alla ribellione giovanile e come, infine, i suoi interventi sul “Borghese” non fossero in contrapposizione con quelli precedenti di Giano Accame (entrambi ben esaminati da Marco Iacona nelle pagine che seguono), ma complementari.
A me sembra abbastanza evidente che Accame nel febbraio 1968 si occupava di una “contestazione” non ancora definitivamente politicizzata e metteva a confronto le idee di Evola con quelle di Marcuse rivendicando la priorità del primo, mentre Evola stesso quattro mesi dopo, a giugno, si occupava e giudicava e condannava una “contestazione” ormai dichiaratamente politicizzata in senso anarco-comunista.
In conclusione, questa opera di Marco Iacona sarà più che utile a riflettere su quanto avvenne in quell’anno fatidico, che pose le basi di uno scombussolamento generale e le premesse di molti di quei malesseri di cui oggi in tanti si lamentano, senza farsi trascinare dalla demagogia e dalla strumentalizzazione occasionale.