Giuseppe Brienza

Libertà ed identità religiosa
nell'Unione Europea

Presentazione di Mario Mauro

Solfanelli, Chieti Marzo 2006

 


Presentazione di Mario Mauro


     L’integrazione europea, come dimostrano anche le recenti vicende del Trattato costituzionale europeo ben documentate nel saggio di Giuseppe Brienza, non ha mantenuto fede alla costruzione politica creata da Adenauer, De Gasperi e Schumann. Mentre prima sembrava che tutto il bene possibile provenisse dall’Europa, oggi ci appare il contrario. Segno evidente dell’incapacità di restituire dignità all’Europa dei popoli. Per troppo tempo tutto è stato sacrificato all’Europa di burocrazie molto più diffuse e pervasive che non la sola burocrazia di Bruxelles. Burocrazie che poggiano su stati malati di sovranismo ed allo stesso tempo inguaribilmente nemici dei propri popoli, tanto da tollerarne la desertificazione culturale e morale.
     I grandi pericoli legati al terrorismo internazionale fanno correre alla nostra “politica” un rischio terribile. Il popolo rischia di sentirsi schiavo di forze incontrollabili che ne indeboliscono lo slancio umano. Come non soccombere di fronte a un presente così arduo? Come impedire agli uomini di chiudersi in disperate soluzioni antistoriche e desiderare con nostalgia i bei tempi andati degli stati nazionali, se non facendo appello a tutte le risorse del Cristianesimo per il quale l'età d'oro non è mai nel passato, ma nell'avvenire?
     Contro la marcia delle forze irrazionali e nichiliste, contro la mistica dell’integralismo islamico, non si può opporre che un appello appassionato alla nostra civiltà, basata sulla solidità della ragione e del sentimento, della libertà e della giustizia. L'Europa non troverà la sua salvezza che in questo spirito eroico di libertà e di sacrificio che si chiama Cristianesimo, da sempre decisivo nelle grandi ore della storia.
     È un compito difficile, quello di difendere la democrazia con il metodo della libertà, ma è una responsabilità che va adempita sino in fondo. Non rappresentiamo né un partito né una nazione, siamo una civiltà in cammino. E le ragioni della civiltà non tollerano né arresti né abdicazioni. Lo scetticismo, il positivismo e il razionalismo hanno ovunque creato situazioni contraddittorie. Ma il nostro “sforzo” si chiama democrazia e rappresenta il tentativo di mantenere una legge fondamentale di convivenza civile, in cui tutti quelli che credono possono lavorare assieme per la costruzione del bene comune.
     Come portare avanti questa difficile battaglia? Se — come scriveva Henri Bergson (1859-1941) — la ragion d'essere della democrazia è la fraternità, occorre altresì ammettere con lui che «la democrazia è per essenza evangelica». Ne scaturisce che è nostro dovere offrire alla democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale, della nostra tradizione. Un contributo certamente molteplice e vario, contraddistinto però dal Cristianesimo, elemento comune alla vita personale e sociale di tutti noi. Elemento che sviluppa nella persona umana quello slancio verso la perfezione, proprio dei figli di Dio i quali, come dice S. Tommaso, agiscono da uomini liberi e non da schiavi. Uno spirito di emancipazione che dobbiamo tornare a riflettere nella vita sociale europea. Affermando che all'origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, non si vuole introdurre alcun criterio confessionale esclusivo. Si vuole invece fare riferimento alle radici comuni dell’Europa, a quella morale unitaria che esalta la figura e la responsabilità della persona umana col suo fermento di fraternità evangelica, il diritto ereditato degli antichi, il culto della bellezza affinatesi attraverso i secoli, la volontà di verità e di giustizia acuita da un'esperienza millenaria.
     Negare questo principio significa minare la democraticità delle istituzioni, che sono frutto di quell’insegnamento che ha separato nettamente religione e politica, e che è insito nel cristianesimo stesso. Quando Gesù rende chiaro a tutti di avere distinto tra ciò che bisogna dare a Cesare e ciò che bisogna dare a Dio, pone le fondamenta dell’esercizio della libertà, quindi di un habeas corpus, come di ciò che della persona resta impenetrabile al potere. Le nostre istituzioni sono il frutto di una separazione convinta, completa e articolata — che non è mai ostracismo — tra religione e politica. E le radici dell’Europa sono radici cristiane perché serbano questo particolare accento della libertà che è poi il cristianesimo stesso. La preoccupazione per il politicamente corretto oggi sembra quasi incomprensibile, non perché vi sia una particolare ostilità verso il cristianesimo, ma perché c’è una particolare ostilità verso la libertà.
     Bisogna tenere gli occhi aperti, vedere le maturazioni e le fermentazioni che avvengono nel popolo. In un discorso del settembre 1949 De Gasperi ammoniva i rappresentanti del Movimento per l'Unità Europea ricordando che essi non dovevano “aspettare la spinta del Governo” ma che anzi era necessario che le iniziative associative ed i privati lo aiutassero. Come allora questa dichiarazione ci rimanda al principio di sussidiarietà, strumento politico indispensabile per riavvicinare la vita delle istituzioni alla vita dei cittadini, il paese legale al paese reale, l'economia alla società. E’ necessario riflettere sul concetto di sussidiarietà così come si è andato definendo nell'ambito suo originario, cioè nel pensiero sociale della Chiesa Cattolica degli ultimi cent'anni, per il quale, sono parole del Pontefice Pio XI, quello della sussidiarietà è principio "importantissimo, gravissimum". Ciò dimostra come il richiamo alle radici cristiane dell'Europa, lo spiega efficacemente il lavoro di Brienza, non sia un riconoscimento teorico ed astratto, ma rappresenti una decisiva appartenenza culturale che può rendere il nostro continente più vicino ad un modello sviluppo che ad un modello di declino. L’integrazione europea è necessariamente un compromesso fra le esigenze degli stati membri e una volontà politica superiore.
     Se il futuro dell’Europa, come il presente, dovesse dipendere unicamente da formule di compromesso elaborate dalle differenti amministrazioni interessate, questo ci manterrebbe in un terreno fatto di debolezze e contraddizioni. Occorre che i politici non si ostinino a guardare i metodi del passato, statalismo e burocrazia, ma guardino a qualche cosa di nuovo, di dinamico, alzino gli sguardi e riprendano coraggio. La posta in gioco è particolarmente alta e tutti i cittadini europei sono chiamati a prenderne coscienza, per essere finalmente protagonisti di una costruzione che negli ultimi anni è sempre stata fatta sulle loro teste.

Mario Mauro
Vice Presidente del Parlamento Europeo