L'oggettività dell'arte
e l'artista come sogggetto debole
Solfanelli, Chieti, Novembre 2005
dalla Premessa dell'Autore
A trent’anni dalla morte, Martin Heidegger (1889-1976) continua ad alimentare il dibattito internazionale e a scatenare appassionate prese di posizione, a influire — in maniera più o meno diretta — sull’evoluzione del pensiero contemporaneo. Ma anche a trascinarsi dietro la cupa maledizione di fiancheggiatore del nazionalsocialismo, se non d’ispiratore influente di certe posizioni reazionarie che sono entrate a far parte del pastone ideologico masticato da Hitler. Oltre alle ben note simpatie iniziali, culminate nel discorso inaugurale pronunciato in occasione del suo insediamento come rettore dell’Università di Friburgo nel 1933 (incarico lasciato l’anno successivo per dissapori col regime), sono ora evidenziate, dalla pubblicazione di ricerche più recenti (ma controverse), le sue responsabilità dirette quale “estensore” dei discorsi del Führer1. Heidegger come “ghost writer”, come eminenza grigia dell’ideologia nazista?
Certo è probabile che egli abbia a soffrire dello stesso trattamento riservato a Nietzsche, di cui sono stati colti (e travisati) alcuni tra gli elementi più evidenti del suo pensiero, poi strumentalizzati e opportunamente adattati e piegati alle esigenze ideologiche contingenti. Ma per Heidegger il dubbio è legittimo, pur se mitigato dalla coerenza intellettuale e dal costante rifiuto di ogni opportunismo (“Per due volte mi è stata offerta la prestigiosa cattedra di filosofia a Berlino...”).
Se si volessero utilizzare gli stessi termini della sua filosofia, potremmo dire che anche lui, come tutti, è uomo del suo tempo, profondamente condizionato dal suo Dasein (“esser-ci”), lacerato dall’inconciliabile contesa tra Terra e Mondo. Di fronte al degrado della civiltà occidentale, alla massificazione, all’incultura, al travisamento del valori, alla falsità dei rapporti umani, ai compromessi, Heidegger sceglie la neutralità rassicurante della Terra. La sua consistenza al di là del tempo e delle pulsione umane, in cui affondare le radici, a cui aggrapparsi per continuare a vivere.
Terra significa rapporto privilegiato con la natura, recupero della tradizione, pacificazione interiore; valori romantici, che già il movimento dello “Sturm und Drang” aveva recuperato, accentuando particolarmente il valore della lingua nazionale, ma che hanno una provenienza ben più lontana, nel profondo mutamento economico e culturale di quelle società arcaiche che passarono dalla pastorizia (nomadismo) all’agricoltura (stanzialità). Le popolazioni stanziali, con la conseguente affermazione della proprietà privata, la sedentarietà e la costruzione dei primi agglomerati abitativi, lottarono contro la cultura “nomade”, considerata destabilizzante e pericolosa per i loro diritti acquisiti.
Si tratta di un sistema fondato sull’ordine interiore, prima che di quello esteriore, a cui il primo Novecento si richiama, allarmato e confuso dai radicali mutamenti che hanno sconvolto la società (dalla rivoluzione industriale alla nascente massificazione della cultura), e di cui Heidegger si fa acuto interprete: rivaluta il soggetto, il valore dell’individualità, invece di cavalcare la tigre della massa (di cui teme l’incontrollabile irrazionalità), si rifugia nel silenzio della sua Terra. Dove tutto è immutabile e certo, comprensibile ed etico; dove, soprattutto, il clamore del Mondo gli giunge attutito e insensato.
Se dovessimo farne un ritratto psicologico (proprio a lui, che detestava la psicanalisi), potremmo pensarlo timido e furiosamente introverso, ricco di una grande forza interiore, ma controllato, deciso a non palesare se stesso pubblicamente. Restio a mostrarsi e a dimostrare la sua superiorità, di cui è ben consapevole. Un uomo schivo, forse, ma convinto che i reali valori della vita non siano situati nell’esteriorità e nell’esternazione, pratica nella quale la maggior parte dei suoi simili si esercita con affanno, alla ricerca di un’autoaffermazione vana e inconcludente.
Fa impressione leggere le osservazioni di Toni Cassirer, in occasione del famoso incontro a Davos, nel marzo del 1929, tra Heidegger e suo marito Ernst. “Un essere timido e scontroso, stranamente abbigliato, che entra in una sala con lo stesso impaccio di un villico nel castello di un signore feudale”2.
Il grande filosofo che preferisce l’isolamento della Selva Nera (al pari del Führer, che si raccoglie nel suo “nido d’aquila” all’Obersalzberg), appare spaesato, fuori luogo, nel suo abito di foggia contadina e che esibisce un linguaggio arcaicizzante.
L’implicito messaggio è teso a sottolineare la distinzione di sé rispetto al Mondo, l’eccezionalità dell’evento pubblico che lo denota come non appartenente al suo modo d’essere: una presa di distanza, una dichiarazione non verbale di non voler accettare alcun compromesso con i presenti e preservare così la propria integrità. C’è forse ingenuità in questo atteggiamento difensivo, non giustificabile in un pensatore tanto acuto, cui non può sfuggire l’impossibilità materiale di sottrarsi all’esistenza, e dunque a un’errata comprensione del suo comportamento da parte della comunità.
Sta di fatto che Heidegger ha profondamente “connotato” tutto il Novecento, di cui può essere considerato l’esponente più emblematico e inquietante, pericolosamente sospeso sull’abisso, testimone di un “tempo minaccioso” che, nel tentativo di affrancare l’uomo dai suoi condizionamenti esistenziali, ha rischiato di cancellare per sempre quei valori umani che ne garantiscono la libertà.
Questo libro prende spunto da un paio di scarpe, insolito artificio per trattare di Heidegger e della sua particolare idea dell’arte, anch’essa inserita nel quadro della filosofia dell’essere, tratteggiata a partire da Essere e tempo3, ma mai affrontata compiutamente (per un rifiuto del concetto stesso di “estetica”), se si escludono le conferenze dedicate a questo tema specifico, culminate poi nella pubblicazione del saggio L’origine dell’opera d’arte nel 1950.
Le scarpe in questione sono quelle, ben note, che van Gogh ha dipinto in una serie di quadri e il cui riferimento — nelle pagine di Heidegger — ha scatenato prese di posizione, distinguo e polemiche che hanno assunto il volto di una vera e propria interminabile “querelle” a distanza, protrattasi per oltre mezzo secolo, in cui sono stati coinvolti Meyer Schapiro e Jacques Derrida.
La recente scomparsa di quest’ultimo (2004), unitosi agli altri due protagonisti d’eccezione, offre l’occasione per ripercorrerne i tratti salienti, con qualche sorpresa e nell’intento di far luce sulla controversa appartenenza di quel vecchio paio di scarpe: quasi un giallo d’antan senza movente.Carlo Bordoni
1) Cfr. E. Faye, Heidegger. L’introduction du nazisme dans la philosophie, Paris: Albin Michel, 2005. Il volume si basa sulle trascrizioni inedite dei seminari tenuti negli anni 1933-35, che ne rivelerebbero i legami con la dottrina nazista. Per ulteriori riferimenti sull’argomento cfr. V. Farias, Heidegger et le nazisme, Paris: Verdier, 1987; trad. it. Heidegger e il nazismo, Torino: Einaudi, 1988.
2) L’aneddoto è ricordato da Remo Bodei nella sua Introduzione all’edizione italiana di Th. W. Adorno, Jargon der Eigentlichkeit. Zur deutschen Ideologie, Frankfurt: Suhrkamp, 1964; trad. it. Il gergo dell’autenticità. Sull’ideologia tedesca, Torino: Bollati Boringhieri, 1989, p. xxxiv.
3) M. Heidegger, Sein und Zeit (1927), in Gesamtausgabe, II, a cura di F.-W. von Herrmann, Frankfurt: Klostermann, 1977; trad. it. Essere e tempo, a cura di F. Volpi, Milano: Longanesi, 2005.