I personaggi (compreso il poeta) sembrano in scena, esagerati, gesticolanti. La poesia è quasi una piccola commedia urbana e dietro il sorriso, spesso si intravede una tenerezza disillusa verso la fragilità umana.
Il suo non è solo un gioco: è un modo per difendersi dal peso del mondo e dal falso eroismo perché Folgore smitizza, ma non distrugge. Sostituisce la retorica con la leggerezza pensante, un modo per dire la verità attraverso il riso. E una forma di igiene poetica: purifica la lingua dall’enfasi e la riporta al ritmo vivo della città.
L’ironia folgoriana anticipa molta poesia del Novecento ironico e metateatrale (Palazzeschi, Campana, perfino Sanguineti). Oggi la sua voce ci appare sorprendentemente moderna: non cinica, ma lucidamente giocosa. Ridere, per Folgore, è un modo di restare umani in un mondo meccanico, forse è proprio qui che si compie la sua trasformazione: nell’ironia che traveste la critica da brindisi.