Traduzione, introduzione e note
di Sebastiano Leotta
Nel 1930, alla vigilia della sua ascesa come Presidente della Repubblica spagnola, Manuel Azaña scriveva questo saggio magistrale in cui la critica letteraria si fa anche confessione civile.
Azaña penetra nel laboratorio di Cervantes, analizzando la novità di una lingua capace di rivelare le cose nella loro «essenziale indifferenza» e di restituire il «sapore carnale» della realtà quotidiana. Per l’autore, il Chisciotte non è una semplice parodia, ma l’anatomia di un addio: quello di Cervantes ai sogni di gloria e quello della Spagna alle sue ambizioni imperiali.
Negli anni della guerra civile il “chisciottismo” di Azaña si trasfigurò nella riflessione malinconica sulla sconfitta della ragione e dell’ideale democratico contro le forze irrazionali della sua stessa nazione.
Dalla comune città natale, Alcalá de Henares, fino al desolato esilio francese di Montauban, Azaña ha dialogato con il fantasma di Alonso Chisciano per narrare la tragedia spagnola. Un’opera imprescindibile che restituisce la voce di un intellettuale che ha vissuto la Storia con la stessa eroica irragionevolezza del Cavaliere dalla Triste Figura, tanto da far scrivere ad Andrés Trapiello che «Azaña era un lettore e conoscitore come pochi del Chisciotte, a cui dedicò uno dei più notevoli, acuti e definitivi saggi che si siano scritti sul Cervantes e il suo libro».