con l’intervista a Edouard Roditi
e una lettera a Cesare Brandi
Testimonianze di Antonello Trombadori,
Umberto Eco e Yuleisy Cruz Lezcano
A differenza di quegli autori che si allontanano da riva come «navi di carta» perdendo rilievo e nitidezza, per Morandi la prospettiva è rovesciata: egli non arretra da noi ma sembra venirci incontro con una vitalità più che mai attuale e palpitante. Così come appariva Baudelaire a Giovanni Macchia. Ripetendo i soggetti della sua grammatica figurativa, il maestro bolognese ha testimoniato che la realtà è inesauribile e che l’infinito non risiede nel mutamento costante ma nell’approfondimento dello sguardo.
Distaccandosi gradualmente dalle piazze d’Italia, il pittore ama raccogliersi su spazi intimi e personali, delimitando il proprio campo visivo ai motivi paesistici mai imitativi e a quegli interni domestici dove spiccano fiori e nature morte, locus classicus della sua produzione. Qui, stilemi formali e concettuali ricorrenti definiscono un inconfondibile timbro espressivo: la sua scansione, frutto di una tensione geometrica e puristica, non è solo una severa tecnica compositiva ma un atto intellettuale.
Il saggio di Giuseppe Grasso, attraverso i riflessi di Mallarmé, Bachelard e molti altri poeti e pensatori, costruisce un apparato critico di straordinaria densità. L’indagine si spinge, passando per Baudelaire e Pallasmaa, fino alle epifanie cinematografiche di Fellini e Antonioni, dove l’opera morandiana agisce come catalizzatore del vuoto moderno e proiezione della «mano fantasma» sartriana che cerca invano di afferrare il reale. Le testimonianze in appendice integrano emblematicamente il volume. Tramonta così l’idea di un Morandi «pittore delle bottiglie» oleografico e solipsista, definitivamente superata da una prospettiva che vede in lui non più un «comprimario» della stagione metafisica ma un «protagonista» assoluto del XX secolo.