Giuseppe Grasso propone un saggio militante che si scaglia
contro le astrazioni dogmatiche dei canoni d’importazione e i
paradigmi del mercato. L’obiettivo è radicale: ricollocare il
fulcro critico nell’immanenza della pittura, salvaguardando
l’atto del vedere da ogni logica esterna. Trasformando lo sguardo in uno spazio di resistenza, il testo rivendica l’autonomia
assoluta dell’opera d’arte.
La tesi del libro si sviluppa attorno a quattro pilastri (rigore
terminologico, esattezza storiografica, tangibilità della materia
e tettonica formale) che s’intrecciano a tre direttrici d’ascesa:
Struttura, Energia ed Essenza. Guidata dall’ermeneutica di
Georges Blin e dalla fenomenologia di Merleau-Ponty, questa
architettura teorica impone una decelerazione della lettura,
disinnescando non solo i ritmi commerciali del presente ma il
rumore legato ai suoi vacui feticci.
Muovendosi tra l’inattualità di Nietzsche e l’anacronismo di
Georges Didi-Huberman, il saggio assume queste coordinate
teoriche per leggere i grandi maestri del canone – come Severini,
Capogrossi, Accardi, Dorazio, Turcato, Morandi, Bueno, Pirandello e Burri – fino al riscatto dell’opera di Manfredo Acerbo.
La pittura si rivela così nel suo legame ontologico con la
filosofia: un avamposto radicale capace di svelare l’architettura
noumenica del reale contro le reificazioni del contemporaneo.